La rinuncia degli imprenditori italiani riaccende l’incertezza su Acciaierie d’Italia. Oltre alla crisi dell’acciaio, preoccupa il destino di centinaia di lavoratori del comparto marittimo legato alla flotta ex Ilva.
La decisione della cordata italiana guidata da Feder acciai di fare un passo indietro nella corsa all’acquisizione dell’ex Ilva apre nuovi interrogativi sul futuro di Acciaierie d’Italia e dell’intero sistema industriale collegato al gruppo siderurgico. Secondo le indiscrezioni emerse nelle ultime ore, gli imprenditori italiani avrebbero giudicato l’operazione troppo onerosa e complessa dopo l’analisi approfondita dei conti e dello stato degli impianti. In campo resterebbe sostanzialmente soltanto il gruppo indiano Jindal.
Se la preoccupazione principale riguarda gli oltre ottomila lavoratori coinvolti dalle procedure di cassa integrazione richieste da Acciaierie d’Italia, cresce parallelamente l’allarme nel settore marittimo, spesso dimenticato nel dibattito sul futuro dell’ex Ilva.
La crisi del polo siderurgico, infatti, sta producendo effetti diretti anche sulla flotta di AdI Servizi Marittimi, da sempre impegnata nel trasporto di materie prime e semilavorati tra gli stabilimenti del gruppo. Le organizzazioni sindacali del comparto hanno proclamato lo stato di agitazione dopo la presentazione della richiesta di demolizione volontaria di sei unità navali: Tauri, Vega I, Sirio I, Corona Boreale, Corona Australe e Ceti. Una decisione che viene interpretata dai lavoratori come il segnale di un progressivo smantellamento del settore marittimo collegato all’ex Ilva.
I rappresentanti dei marittimi temono pesanti conseguenze occupazionali. Già nei mesi scorsi l’associazione Unione Marittimi aveva denunciato il rischio di perdita del posto di lavoro per circa 240 lavoratori in caso di dismissione della flotta, sottolineando come il fermo delle navi e la riduzione delle attività avessero fatto emergere segnali preoccupanti per il futuro dell’occupazione.
Il possibile ridimensionamento dell’attività siderurgica, aggravato dalla chiusura definitiva dell’area a caldo di Taranto sancita dalla Cassazione, rischia infatti di privare la flotta della sua funzione strategica. Senza il traffico di materie prime e prodotti tra gli impianti del gruppo, le navi diventano un costo e non più un asset produttivo, alimentando il timore che le demolizioni annunciate possano rappresentare soltanto il primo passo verso una riduzione ancora più drastica dell’intero comparto marittimo.
Mentre il Governo attende le offerte vincolanti per la vendita di Acciaierie d’Italia, il futuro dei marittimi resta appeso alle decisioni che verranno assunte nelle prossime settimane. Per i lavoratori del mare, così come per quelli degli stabilimenti siderurgici, la vera sfida sarà evitare che la riorganizzazione industriale si traduca nell’ennesima emergenza occupazionale.

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