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La World Maritime University torna a puntare i riflettori su una delle criticità più radicate del settore marittimo: gli orari di lavoro in mare, spesso ben oltre i limiti della sostenibilità umana, nonostante la formale conformità alle norme internazionali. Il nuovo rapporto “Tracing the Distinct Rights of Maritime Workers in European Waters: A Focus on Decent Working Time” denuncia un sistema che continua a considerare i marittimi come una categoria “eccezionale”, regolata da standard più deboli rispetto ai lavoratori a terra.

Secondo lo studio, sostenuto da ETF e ITF, la distanza tra ciò che è legale e ciò che è realmente sicuro è ancora enorme. Le norme consentono infatti ai marittimi e ai pescatori di lavorare fino a 91 ore settimanali, un livello che in qualsiasi altro settore sarebbe considerato inaccettabile. A bordo, però, questa condizione è spesso normalizzata da equipaggi ridotti al minimo, pressioni operative, turni serrati e controlli non sempre efficaci.

Il rapporto sottolinea che la stanchezza non può essere trattata come responsabilità individuale. È il risultato di un sistema che impone carichi di lavoro elevati, rotazioni brevi, soste portuali intense e una crescente mole di compiti amministrativi. La conformità formale alle ore di riposo, avverte la WMU, non garantisce affatto condizioni di lavoro dignitose né operazioni sicure.

Tra le evidenze più rilevanti emergono: la differenza di tutela tra lavoratori marittimi e terrestri; i limiti del modello basato esclusivamente sullo Stato di bandiera; l’inadeguatezza del “minimum safe manning” rispetto al reale carico operativo; l’uso improprio del riposo compensativo come soluzione sistemica; la riluttanza dei marittimi a segnalare violazioni per timore di ritorsioni o perdita del posto.

La WMU invita le compagnie a considerare il tempo di lavoro come un indicatore di sicurezza, non come un semplice obbligo documentale. Occorre rivedere gli organici, pianificare meglio le soste, ridurre la pressione amministrativa e creare canali di segnalazione realmente protetti. La tecnologia può aiutare, ma non può sostituire equipaggi adeguati né una pianificazione più umana delle operazioni.

Il messaggio finale del rapporto è netto: rispettare i minimi di legge non basta più. Per garantire sicurezza, benessere e continuità professionale, il settore deve adottare un concetto di “orario di lavoro dignitoso” che riconosca i limiti umani e valorizzi il ruolo essenziale dei marittimi nel commercio globale.

https://safety4sea.com/wmu-seafarers-need-decent-working-time-not-just-compliance

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