E’ ANCORA LONTANA LA FINE DEL SINDACATO: FATEVENE UNA RAGIONE!

di Antonio Ascenzi
Responsabile Nazionale Uiltrasporti per la Formazione Sindacale

Dietro il comodo paravento della presunta fne delle ideologie e quindi della ormai “inutile” contrapposizione tra Destra e Sinistra, tesi molto cara alle forze economiche e politiche più retrive, trova ampi spazi anche l’idea della crescente marginalità del ruolo del sindacato nell’era “dell’utopismo digitale” (copyright del Sociologo Sascha Dickel).
Ora anche se sul presunto superamento delle nozioni di Destra e Sinistra si potrebbe scrivere un trattato per confutarne la validità, è suffciente richiamarsi agli insegnamenti di Norberto Bobbio secondo cui “la solidarietà distingue la prima dalla seconda, una rifessione più attenta va invece fatta sul ruolo del sindacato, generalmente rappresentato come fattore di conservazione teso solo alla salvaguardia di interessi corporativi.
Premesso che il sentimento antisindacale è una costante nella storia del nostro Paese,  come dimostrano le difficoltà incontrate fin dalle prime fasi di organizzazione del movimento dei lavoratori, le repressioni del ventennio fascista e lo sfruttamento dei lavoratori sulle quali si costruì il miracolo economico degli anni ‘60, senza dimenticare le ripetute iniziative che dagli albori della cosiddetta “Seconda Repubblica” sono state poste in essere dai governi di centro destra, impregnati come erano e come sono di cultura reazionaria, volte a frenarne l’azione oppure l’apparire sulla scena politica dei sostenitori della democrazia diretta e della disintermediazione dei rapporti di lavoro (veri e propri virus introdotti nel sistema), non deve sorprendere più di tanto il successo delle teorie che reputano il sindacato una istituzione ormai obsoleta.
Ovviamente al tiro al sindacato (quasi uno sport nazionale!) non si sono esercitati solo i governi di centro-destra, ma vi hanno contribuito, spesso con un eccesso di acrimonia, le forze politiche di centro-sinistra, anch’esse ormai irrimediabilmente contaminate dalle logiche liberiste, che si sono distinte per aver introdotto massicce dosi di flessibilità e precarietà nel mercato del lavoro in nome di un presunto “riformismo”, parola diventata anche per tale motivo una parola priva di senso.
Nulla di nuovo sotto il sole quindi.
Del resto nel nostro “civilissimo” Paese il sindacato ha conquistato il diritto di accesso nei luoghi di lavoro appena cinquant’anni fa con lo Statuto dei  Lavoratori, legge che trovò tra l’altro la ferma opposizione, cui non furono certamente estranei pezzi non irrilevanti della politica, della parte più reazionaria del mondo imprenditoriale come attestano i ripetuti e significativi interventi della magistratura rivolti sia alla repressione dei comportamenti antisindacali posti in essere dai datori di lavoro sia a recuperare le gravi manomissioni alla legge prodotte anche dalla politica ed in particolare dai “professionisti della rottamazione”.
Basti ricordare, ad esempio, come nell’Ufficio  Prenotazioni dell’Alitalia ancora nel  1973   ( ben tre anni dopo  l’entrata in vigore dello Statuto che ne faceva espresso divieto! )  venne dismessa la prassi del controllo a distanza dei lavoratori durante  la prestazione lavorativa oppure, in tempi più recenti, alla vergognosa abolizione dell’articolo 18 della Legge 300/1970.
Ma altri e ben più pericolosi fenomeni provvedono ad erodere il ruolo del sindacato.
Intanto, il progressivo scadimento della qualità di tutto il ceto politico che, per dirla con Marco Damilano, dopo “decenni di liste bloccate e di parlamentari scelti con i criteri del casting televisivo, ma anche di rottamazioni e “vaffa day”, hanno prodotto l’improvvisazione dei politici, l’incompetenza, la mancanza di rappresentanza” come ben dimostra il fatto che in piena pandemia e con quasi 500 morti al giorno a causa del Covid, il Paese debba districarsi tra “il profluvio delle slide di Renzi ed il profluvio delle pochette di Conte”(copyright della giornalista Susanna Turco).
Tra l’altro, l’insipienza e l’arroganza della attuale classe politica sta provocando anche la disarticolazione dello Stato unitario e rendendo la Repubblica sempre più simile alle  Signorie  del Rinascimento con Presidenti di Regione, che impropriamente si fanno chiamare  “governatori”  e si atteggiano,  spesso per pura ambizione personale, a sovrani di piccoli staterelli.
Da ultimo, e non meno devastante, anche il progressivo affermarsi delle teorie neo-liberiste che hanno imposto un sistema di valori improntato ad un forte individualismo ed alla competizione più sfrenata che, ovviamente, si ripercuote anche nel mondo del lavoro con, per dirla con la vittimologa
Marie-France Hirigoyen “l’intensifcazione dei ritmi, la crescita della concorrenza i metodi di management fatti per stimolare individualismo e visibilità.”
Il cambiamento intervenuto nel mondo del lavoro assume poi tratti particolari nel contesto produttivo italiano, dove non è affatto minoritario un ceto imprenditoriale da sempre incline a far dipendere le fortune aziendali più dalle clientele politiche che dalle proprie capacità organizzative e cronicamente allergico a qualsiasi sistema di regole che possa in qualche modo mettere in discussione l’autorità “aziendale”.
Ma proprio a fronte di questo quadro tutt’altro che roseo, non dobbiamo mai perdere la speranza che le cose possano cambiare in meglio, anche perché il cambiamento dipende pure dalla nostra iniziativa.
Sconfiggere i desiderata di chi vorrebbe un mondo del lavoro libero da vincoli e dalla presenza del sindacato è possibile dal momento che in Italia
abbiamo ancora un buon tasso di sindacalizzazione (33,8%) ed il sindacato, segnatamente quello confederale, oltre ad una capillare diffusione su tutto il territorio nazionale, mantiene un alto tasso di rappresentatività, come confermano costantemente l’alta partecipazione dei lavoratori (80/90%) ed i
consensi (ben oltre il 70%) che ottengono le proprie liste nelle elezioni per la costituzione delle rappresentanze aziendali nei luoghi di lavoro.
Ma vi è poi una ragione di fondo che rende ancora attuale la presenza ed il ruolo del sindacato non solo nel mondo del lavoro, ma anche più in generale nella società e che deriva essenzialmente, a dispetto della narrazione liberista, dal fatto che la forbice nella distribuzione della ricchezza si è oltremodo allargata negli ultimi 20 anni (in Italia solo l’1% dei cittadini ha la stessa ricchezza del 70% della popolazione più povera).
Da questo punto di vista allora è indispensabile che il sindacato assuma come prioritaria una forte azione di contrasto al modello culturale dominante che per sua natura e per gli interessi che lo sostengono è alternativo al proprio sistema di valori.
Molto utile a tal fne sarebbe intanto la predisposizione di un Progetto di Informazione sulla storia e sui valori fondanti del sindacato, rivolto in particolare ai giovani, da diffondere nelle scuole utilizzando tutte le varie modalità a disposizione (video, assemblee, ecc.) e, sul piano più interno, dare un maggiore impulso alla attività di Formazione, così come fatto dalla Uiltrasporti con i Corsi “Master 500” e “Academy”.
Una Formazione finalizzata non tanto o non solo a fornire nozioni tecniche, quanto ad offrire un modello culturale e comportamentale coerente con i
valori di cui il sindacato è portatore, che avrebbe l’indubbio vantaggio di consentire anche una migliore e quanto mai opportuna selezione dei propri
Quadri, propedeutica al necessario rinnovamento organizzativo.
Si tratta in concreto di contrapporre la solidarietà all’individualismo, l’unità alla divisione: solidarietà ed unità che a pensarci bene sono le uniche armi
che i lavoratori hanno sempre potuto opporre ai soprusi perpetrati nei loro confronti.
Altro che fine del sindacato!

Articolo tratto dalla Rivista “Per le strade di Europa” della Uiltrasporti