Amianto, la sfida di un avvocato barese: «Chiedo risarcimenti per chi si è ammalato sulle navi»

BARI  – Non solo edifici, capannoni e fabbriche come la Fibronit, ma anche navi: “navi della morte”. Il terribile fenomeno dell’esposizione all’amianto, la fibra killer che negli anni ha ucciso migliaia di lavoratori, non ha interessato unicamente immobili, ma anche grandi imbarcazioni costruite con questo materiale tossico. E a pagarne le spese sono stati i tanti marittimi che hanno prestato servizio su natanti con tubi, valvole, guarnizioni e circuiti realizzati con il minerale cancerogeno.

Dal 2008 c’è però chi sta dando un supporto legale alle famiglie di coloro che sono morti a causa dell’amianto. È il  49enne avvocato barese Pierpaolo Petruzzelli. Sfidando le compagnie navali è riuscito a ottenere in alcuni casi un cospicuo risarcimento per malattie professionali. Lo abbiamo intervistato.

Cos’è l’amianto e perché è tanto pericoloso?

L’amianto (o asbesto) è un minerale economico e duttile che, soprattutto prima degli anni 80, è stato adoperato per la costruzione di svariati manufatti. Il problema è che è fortemente cancerogeno: una volta inalato, anche in dosi infinitamente piccole, non c’è alcun modo di espellerlo dal corpo e con il tempo può generare patologie gravi come asbestosi, neoplasie gastrointestinali e patologie tumorali della pleura e dei polmoni, tra i quali il mesotelioma. Stando all’Inail le neoplasie da amianto rappresentano il 50% dei tumori professionali.

Sulle navi in che forma era presente?

Nelle caldaie, nelle valvole, nelle guarnizioni e e nei tubi di mandata di acqua calda, vapore e petrolio greggio, ma anche sulle paratìe, che venivano spruzzate con asbesto per evitare il propagarsi di incendi. In generale ovunque ci fosse alta temperatura c’era l’amianto, anche nelle cisterne dove veniva stivato il petrolio.

Quindi da qualche anno lei sta chiedendo alle compagnie navali di assumersi le proprie responsabilità: perché?

Perché in tutti i Paesi, nonostante fosse stata ormai accertata la pericolosità dell’amianto, molti imprenditori hanno continuato a utilizzarlo. Anche in assenza di una legge che ne vietasse l’uso (in Italia è arrivata solo nel 1992), i datori di lavoro avrebbero dovuto comunque garantire le misure di sicurezza per evitare l’esposizione. L’amianto tra l’altro è tossico solo ridotto in polvere e questo avviene se l’oggetto con cui è fatto si deteriora, quando cioè non è sottoposto a manutenzione.

Finora sta ottenendo dei risultati?

In Italia non è facile. Le compagnie sono sempre state piccole e nella maggior parte dei casi sono fallite e hanno chiuso. In queste occasioni ci rivolgiamo all’Inail per il riconoscimento della malattia professionale, con conseguente indennizzo. Invece per coloro sono stati impiegati su navi di proprietà americane o in acque territoriali americane o nei loro porti, data la presenza di assicurazioni private riusciamo a ottenere risarcimenti molto più elevati.

Sono numerosi gli italiani che lavoravano all’estero?

Negli anni 60-80 c’è stato il boom dei marittimi italiani che si imbarcavano per le grosse compagnie americane e battenti bandiera liberiana o panamensi. Caricavano il petrolio non raffinato nel Golfo Persico, nel Venezuela o dai giacimenti americani e lo trasportavano nelle raffinerie degli Stati Uniti. Erano molto richiesti perché altamente qualificati e riuscivano a crescere molto professionalmente sino a raggiungere posizioni di responsabilità. Proprio questo legame talvolta ha impedito, in presenza della malattia, di intentare causa al proprio datore di lavoro: per una sorta di riconoscenza che non si voleva tradire.

Lei si muove da solo?

Io mi sono sempre occupato di malattie professionali. Poi nel 2008 ho avuto un contatto con un avvocato americano in Florida che aveva vinto da poco un giudizio, introducendo quindi per i cittadini stranieri la possibilità di chiedere l’indennizzo. E’ stato il primo e ha creato un precedente. Da lì in poi, unico avvocato in Italia, ho iniziato a collaborare con lui e con altri tre studi legali degli Usa e ho così potuto aiutare più di 400 persone, per la maggior parte pugliesi, ma anche campani, siciliani, laziali e liguri all’interno di processi che hanno portato a risarcimenti anche milionari.

In più da poco è nata anche un’associazione…

Sì da pochi mesi. È l’AMVA (Associazione Marittimi Vittime Amianto), di cui mi occupo della parte legale. Vogliamo dare a tutti coloro che ne hanno diritto la possibilità di avanzare richieste di ristoro del danno. Solo negli ultimi anni infatti, e solo grazie al mero passaparola, i marinai hanno appreso che la propria malattia poteva essere originata dal lavoro svolto in nave.

Ma è vero che ci sarebbe la possibilità di intentare causa anche alla Marina Militare Italiana?

Per i lavoratori della Marina la situazione è differente, molti ex dipendenti in virtù del giuramento prestato all’Arma non se la sentono di intraprendere una battaglia e lasciano così perdere. Certo, qualcuno l’ha fatto e in quanto “vittima del dovere” ha ottenuto un indennizzo, ma di gran lunga inferiore a quello erogato dagli americani.

di Gabriella Mola

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